“Mezzogiorno medievale e popolamento rupestre pugliese: aree e luoghi di culto”,(2/2)

1.4 CULTO MEDIEVALE NELL’AREA DEI SITI RUPESTRI

Il Mezzogiorno d’Italia, pur essendo un’area per tanti aspetti molto articolata al suo interno, rivela una significativa omogeneità se studiato nella prospettiva della storia della santità.

Guardando la “mappa” dei culti diffusi soprattutto nei secoli XIII – XV, emerge che la cosiddetta “fabbrica dei santi” nel Mezzogiorno d’Italia, non lavorò a pieno regime, vale a dire che il catalogo dei santi antichi e tradizionali, non si arricchì di nuovi nomi di origine locale, così come avvenne nell’Italia centro – settentrionale, dove numerosi furono gli enti, tra cui i Comuni che si fecero promotori di nuovi culti

Che i santi antichi e tradizionali abbiano avuto e abbiano tuttora una salda presa sulle popolazioni meridionali, è dimostrato dall’e same dei patronati.

È un tipo di indagine che per l’Età Moderna ha fatto, più di qualche ventennio fa, Giuseppe Galasso, in un saggio di forte impronta antropologica, egli notò una netta prevalenza di figure della cristianità antica rispetto a quella medioevale e post – tridentina.

Non è privo di significato che dopo il nome di “Maria”, nelle sue varie denominazioni, il patrono più diffuso sia ancora oggi un Santo orientale, San Nicola di Mira.

Per l’Italia meridionale, bisogna tenere in adeguata considerazione il più radicato rapporto con il mondo orientale e la suggestione che esso ancora esercitava sulle popolazioni di quest’area, specie a livello iconografico.

Il perdurante influsso del mondo orientale sulla religiosità delle popolazioni meridionali, è costituito dall’espressione circa la diffusione del culto e del patronato di San Nicola di Myra, il cui santuario a Bari, fu una delle principali mete italiane di pellegrinaggio medioevale, attirando devoti anche fuori dal Regno.29

Altri elementi che bisogna considerare per spiegare l’ottima tenuta dei santi antichi e tradizionali, sono rappresentati dalla vitalità del monachesimo benedettino riformato e la tardiva, anche se, meno incisiva presenza degli Ordini mendicanti, prima dell’affermazione dei movimenti dell’Osservanza che segnarono il momento della loro capillare penetrazione in tutte le aree del Mezzogiorno, si pensi ad es. ai Pulsanesi, Florensi, Verginiani e altre congregazioni monastiche del sec. XII, cui si aggiunsero successivamente i Cistercensi e Celestini, i quali, operarono una forma assai efficace di animazione religiosa del laicato meridionale, proponendo culti e pratiche devozionali, tra cui anche il pellegrinaggio.

Essi assicurarono un largo sostegno popolare ai santi e ai modelli di santità da loro promossi.

Se il Mezzogiorno d’Italia non fu una “fabbrica di santi” e non accolse facilmente quelli che intanto venivano prodotti nel resto d’Italia e dell’Europa, non per questo fu un’area di pura conservazione. Napoli, in particolare, con l’arrivo degli Angioini, fu letteralmente sommersa da un’ondata non soltanto di nuova cultura artistica, letteraria e giuridica, ma anche di nuove proposte devozionali. Gli esempi che si possono fare sono tanti, è sufficiente richiamare quelli più significativi.

Un culto assai caro agli Angioini e a Carlo II in particolare, fu quello della “Maddalena”: culto che, fra l’XI e il XII secolo, aveva conosciuto in Europa un vero e proprio exploit, come simbolo dei nuovi valori religiosi della penitenza e poiché tale, propagandato nel Due – Trecento anche dagli Ordini mendicanti.

Lo stesso discorso vale per il culto di “Santa Caterina di Alessandria”, ugualmente caro alla dinastia regnante e sul suo esempio, all’aristocrazia non solo napoletana, in Puglia ad esempio, Raimondello Orsini, fondò nel 1385 il convento francescano di S. Caterina di Galatina, inoltre, in Calabria, nella chiesa di San Francesco di Cosenza, c’era una confraternita di nobili, intitolata proprio a S. Caterina di Alessandria.

Questo culto, ebbe un fortissimo rilancio nell’Italia meridionale grazie anche alla devozione che i Domenicani ebbero per la Santa martire, di origine orientale.

Ritornando alla Puglia, tra l’XI e il XIII secolo, la regione fu investita da un traffico massiccio di pellegrini che interessò nei due sensi, i percorsi di collegamento tra Roma e il santuario micaelico di Monte Sant’Angelo, nonché i porti adriatici.

L’importanza dei santuari come quello barese di S. Nicola, quello garganico dell’Arcangelo e quello di S. Maria di Leuca, fece si che la Puglia restasse sempre un punto di riferimento imprescindibile, come un’area di partenza o di ritorno, per i pellegrini, i crociati o in genere, per chi viaggiava – da e verso – l’Oriente.

Il popolo dei pellegrini, non aveva regole scritte universalmente valide, ma un insieme di consuetudini legate alle attenzioni della Chiesa, in nome della quale, si consolidavano tradizioni che garantivano, tra l’altro, l’assistenza dei pii viandanti durante il lungo tragitto.

I loro percorsi, si arricchirono, poco per volta, di luoghi dove poter mangiare o dormire, nonché di ospizi, se non di veri e propri ospedali, atti a ricoverarvi quanti vi giungevano afflitti dalla stanchezza e dalle malattie.

L’abbigliamento era costituito dalla sovrapposizione di più elementi, dalla lunghezza variabile in rapporto alla classe di appartenenza e al sesso, diversi nel tessuto e in accordo al clima della stagione in cui il viaggio veniva intrapreso.

La veste, era solitamente portata con una corda in vita o con una cintura di cuoio, alla quale, venivano appesi oggetti utili: una ciotola, un coltello, altri oggetti legati al culto dei luoghi visitati, come l’ampolla con l’olio benedetto del Santo Sepolcro o con l’acqua del fiume Giordano, le chiavi di S. Pietro, la conchiglia di San Giacomo.

Gli elementi distintivi del pellegrino erano il bordone (baculum) e la bisaccia di pelle (pera).

Le donne che prendevano parte ai pellegrinaggi, soprattutto dal Trecento, avevano abiti simili a quelli maschili ma più lunghi; il loro capo era avvolto da bende, da un cappuccio ricadente sulle spalle e da un pezzo di tessuto denominato frontino, fissato sulla fronte che aiutava a sostenere uno scialle.

Tra i numerosi pellegrini che camminarono lungo le strade pugliesi, il più noto è sicuramente il monaco Nicola, detto il Pellegrino, del quale abbiamo tre Vitae in latino, redatte tra la fine dell’XI e la metà del XII secolo.

Questi, proveniente dal celebre monastero di Hsios Lukas in Focide, alla fine dell’XI secolo – quando gran parte dell’Italia meridionale era sotto il controllo dei Normanni – arrivò in Puglia per proseguire verso Roma, ma la morte lo colse il 2 giugno del 1094 a Trani, dove, durante i suoi funerali, si registrarono numerosi miracoli.

La Castelfranchi, ha notato che nella Vita più antica, dettata dal compagno di viaggio di Nicola, Bartolomeo, si accenna a due oggetti peculiari dell’iconografia dei pellegrini: il bastone e la bisaccia.

Essi appartenevano ad ogni ceto sociale: popolani, contadini, mercanti, cavalieri, monaci, chierici; non mancavano i dignitari sia laici, sia ecclesiastici, come testimoniano le cronache, nonché gli ex voto, lasciati all’interno della grotta garganica di San Michele oppure alla tomba di San Nicola a Bari.

La copiosa documentazione, custodita nell’Archivio della Basilica di S. Nicola di Bari, testimonia in maniera abbastanza evidente come, già dai primi anni dell’esistenza del santuario, i devoti nicolaiani, erano soliti recare segni concreti di devozione per grazie ricevute o per favori sperati.

Si tratta di oggetti di vario genere: suppellettili sacre, paramenti liturgici, gioielli, denaro, in relazione alle proprie possibilità economiche.

Nell’ambito rupestre del Tarantino occidentale, il pellegrinaggio, era a carattere locale e indirizzato verso particolari culti mariani: il santuario della Madonna della Scala a Massafra, la chiesa della Mater Domini a Laterza, la chiesa della Madonna del Carmine nei pressi di Mottola.

I fedeli, hanno da sempre lasciato nei diversi luoghi di culto, una traccia del loro passaggio e della loro presenza mediante un dono prezioso non per il valore intrinseco, bensì, per la funzione attestarice della potenza taumaturgica del santo e della fede dei suoi devoti.

Molto spesso, hanno lasciato memoria, attraverso dei segni, ad esempio, incidendo il proprio nome sulle pareti del luogo sacro o tracciando, semplicemente un segno di croce.

Importantissime sono le iscrizioni della grotta garganica di San Michele, ricordiamo la celebre iscrizione dedicatoria fatta incidere da Romualdo I, duca longobardo di Benevento (663 – 687).

Nel Tarantino,32 abbiamo alcune testimonianze medievali, attestate nelle chiese rupestri di Santa Margherita e San Nicola di Mottola che presentano iscrizioni o graffiti di tipo devozionale.

Un altro esempio c’è offerto dalla chiesa di Santa Lucia a Palagianello (Taranto) dove è ancora possibile leggere delle scritte in greco del X – XI secolo, nonché quelle in latino fino al XIV secolo;ma le iscrizioni di età normanna, ci rivelano anche una decisa influenza paleografica della scrittura “beneventana barese”.

Incidere una propria testimonianza su un dipinto, valeva a rendere più forte il legame tra il devoto e il santo, dunque, un’incisione o un graffito assumono un valore di ex – voto.

La storia dei pellegrini, è strettamente legata alle strade che, come ha ben sottolineato il Dalena, sono anche la memoria di molte vicende umane e del processo di incivilimento dei popoli.

La Via Francigena, crocevia delle peregrinationes maiores (Roma, Santiago de Compostela e attraverso l’imbarco ad Otranto, la Terra Santa) era per i pellegrini che utilizzavano il tratto pugliese, un’importante arteria, dove era presente una rete di ospizi, costituiti in prevalenza da monasteri, retti dagli ordini Ospedalieri, come il San Leonardo a Siponto o l ’ospedale dei Crociati a Barletta.

Nell’ambito delle peregrinationes maiores, rientravano sia la Basilica di San Nicola a Bari, sia il santuario garganico di Monte Sant’Angelo che grazie ai signa miracolosi: le “pietre dell’Arcangelo e la manna di San Nicola”, alimentarono il culto micalelico e nicolaiano al di fuori della Puglia.

Nel contesto rupestre, invece, bisogna considerare le peregrinationes minores verso i luoghi di culto delle acque come la grotta dedicata a San Michele a Cagnano Varano (Foggia) o quella di San Biagio nella gravina omonima tra Mottola e Palagianello, dove, sin dall’Alto Medioevo, i fedeli, credevano che l’acqua prelevata il giorno della festa del Santo ( 3 febbraio), avesse delle virtù miracolose.

Alcune chiese rupestri, erano probabilmente, meta di pellegrinaggio, le testimonianze lasciate restano comunque i graffiti e le iscrizioni, tracce di un legame di fede, attestate particolarmente nella parte occidentale di Taranto fin dall’Alto Medioevo.

Il viaggio religioso, assume i caratteri destinati a farne sia nell’Oriente che nell’Occidente, uno degli aspetti più costanti e grandiosi della società cristiana a partire da Costantino, l’inventio crucis e le edificazioni delle grandi basiliche, danno inizio alla cristianizzazione e al processo di materializzazione delle reliquie.

Dall’Alto Medioevo,33 fino al giubileo del 1300, il percorso del pellegrino medioevale, muta profondamente, differenziandosi almeno in tre diversi percorsi:

- pellegrinaggio devozionale – apocalittico a Gerusalemme e in Terra Santa; – pellegrinaggio storico, ideologico e politico a Roma;

- pellegrinaggio agiografico a Santiago de Compostela.

Il viaggio in Terra Santa per i pellegrini, così com’era accaduto per l’imperatrice Elena, rappresentava il desiderio di rivedere e ripercorrere l’itinerario umano di Cristo, cercando con atti di penitenza, con digiuni e preghiere, di trovare quella forza sacrale utile per rendere la propria vita più vicina ai precetti cristiani.

Il viaggio al Santo Sepolcro, trovava giustificazione in età medioevale in specifici elementi dottrinali di grande rilievo teologico, poiché esso, rappresentava la “sorgente di vita” con chiari riferimenti al Battesimo e all’Eucarestia ma anche alla seconda venuta di Cristo con consapevole richiamo alla “Gerusalemme celeste”34.

La Puglia, proprio per la sua posizione geografica, protesa verso il Medio Oriente, è stata un’area nodale nell’età delle Crociate.

Questa sua peculiarità, si evidenzia soprattutto nell’arte pittorica, attraverso la diffusione del culto dei santi militari, come Demetrio, Teodoro, Giorgio, già protettori dell’esercito bizantino, spesso rappresentati con le insegne degli Ordini Crociati.

Nel Medioevo, i pellegrini poterono visitare con una certa tranquillità la Terra Santa soltanto nel periodo in cui i crociati detennero il potere politico – militare su quei luoghi; negli anni precedenti le crociate e dopo il 1291 (caduta di Acri), il pellegrinaggio in Terra Santa, rappresentò nel complesso, una pericolosa avventura.

A partire dal IV secolo, Roma, invece, venne considerata come Gerusalemme, un’urbis sacra, è la città degli Apostoli, teatro del loro martirio e custode delle loro spoglie, inoltre, la città di Roma, rappresenta la sede del successore di Pietro.

Le prestigiose reliquie gerosolimitane conservate a Roma, tra cui il frammento della Vera Croce, la Scala Santa e la Veronica, facevano guardare a questa città, come meta sostitutiva a Gerusalemme che la rioccupazione musulmana del 1187 aveva reso più problematica raggiungere.

Nel 1300, papa Bonifacio VIII (1294 – 1303), proclamò il primo Anno Santo, assicurando a tutti i pellegrini che si fossero recati a Roma, grazie e indulgenze plenarie, fino a quel momento, riservate solo ai Crociati.

L’apostolo Pietro, detto anche Simone, era considerato il fondatore della diocesi di Antiochia e Cesarea in Cappadocia, nonché di altre comunità cristiane, ma soprattutto, era il patrono di Roma, dove, tra il 319 e il 350, fu costruita una basilica sul luogo del suo martyrium.

A Costantinopoli, Pietro era venerato come il capo degli Apostoli insieme a Paolo o da solo; tale culto era particolarmente praticato nella cappella del Grande Palazzo imperiale o vicino la chiesa di S. Sofia.

Il culto petriano si diffuse ben presto nell’ambito pugliese, nella provincia di Taranto, nella pittura rupestre, gli attributi iconografici caratterizzanti San Pietro, possono essere riscontrabili nell’interessante dittico con San Leone I, nella cripta di S. Nicola di Mottola, questo dittico, ha una funzione prettamente politico – didascalico dal momento che, permette di individuare la conclamata supremazia della Chiesa di Roma su quella di Bisanzio: S. Pietro è il primo successore di Cristo, come indicano gli attributi iconografici, in quanto porta la croce astile e non il tradizionale pastorale dei santi vescovi, quello delle chiavi è invece, un simbolo iconografico tipicamente occidentale, già presente a partire dall’XI secolo nelle aree occupate dai Normanni e quindi, sotto la giurisdizione della Chiesa di Roma.

Invece, per quanto riguarda il culto per le reliquie dell’apostolo Giacomo, si sviluppa prevalentemente in Galizia, a Santiago de Compostela, a partire dal IX secolo, dando luogo ad uno straordinario fenomeno di pellegrinaggio di portata europea.

Dal secolo XI, Santiago divenne una meta frequentatissima, alla popolarità e alla diffusione del culto di S. Giacomo, contribuirono in modo particolare i Cluniacensi, i quali, avevano in Spagna molti monasteri con immense proprietà.

Il pellegrinaggio a Santiago de Compostela, ripercorreva il tracciato della Via Lattea, che secondo la leggenda, sarebbe apparsa in sogno a Carlo Magno per indicargli la strada verso la tomba dell’apostolo e quindi, per incitarlo alla riconquista, una “via” considerata come il percorso della salvezza che andava dal Baltico a finis terrae e che simbolicamente, per l’uomo medievale, unificava l’Oriente e l’Occidente.

Tra il XIII e il XIV secolo, proprio quando aumenta il flusso di pellegrini italiani verso Santiago de Compostela, si registra nell’ambito pittorico delle chiese rupestri, un arricchimento dell’iconografia di S. Giacomo, raffigurato con gli attributi del pellegrino.

Nella chiesa rupestre di Sant’Angelo a Casalrotto di Mottola, per es. il Santo compare nella Deesis, al posto del Battista con una borsa a tracolla.

Per quanto riguarda il culto medioevale nell’area pugliese, abbiamo quello del S. Michele Arcangelo e di S. Nicola di Myra.

Il culto micaelico in Puglia, trova la sua origine nella grotta – santuario sul Monte Gargano, espressione di una devozione perpetuatasi fin dal V secolo, probabilmente in seguito ai rapporti intercorsi tra la Puglia e Costantinopoli.

La ricostruzione della storia del santuario e del culto dell’Arcangelo Michele sul Gargano, si fonda prevalentemente sul Liber apparitione Sancti Michaelis in Monte Gargano, opera agiografica anonima della fine dell’VIII secolo, tra l’altro, costituita da tre episodi.35

Nel primo, troviamo l’episodio del toro, si racconta che il pastore Gargano, rientrato alla stalla con la sua mandria, si accorse della mancanza di un toro; organizzate le ricerche con i suoi servi, lo rinvenne in una grott a.

Il pastore, irato, scagliò contro il bovino, una freccia avvelenata che miracolosamente tornò indietro e colpì lo stesso Gargano.

Impressionati dall’episodio, i sipontini si rivolsero al vescovo, il quale ordinò un digiuno di tre giorni; al termine l’Arcangelo Michele apparve al vescovo, dichiarando che l’evento era stato determinato da lui per dimostrare di essere <<inspector atque custos» di quel luogo.

Nel secondo episodio, si narra di una battaglia che i napoletani (bizantini) muovono contro i beneventani e sipontini (longobardi), i quali, protetti dall’Arcangelo, conseguirono la vittoria.

Nel terzo episodio, l’Arcangelo Michele, appare nuovamente al vescovo di Siponto annunciandogli di aver personalmente consacrato la grotta, imprimendovi l’impronta del piede sulla roccia e donando un drappo rosso con cui rivestire il rudimentale altare.

Nei tre episodi, la critica ha individuato alcuni momenti importanti della storia del culto micaelico e del suo santuario: l’exauguratio della grotta dal paganesimo e l’autoconsacrazione da parte dell’Arcangelo Michele (primo episodio); l’inizio del duraturo connubio tra l’Arcangelo e il popolo longobardo (secondo episodio); la dedicazione da parte del vescovo e della comunità Sipontina del nuovo luogo di culto nel quale avvengono miracoli (terzo episodio).

Il primo e il terzo episodio, sono stati interpretati come nucleo di una originaria leggenda locale, sorta poco dopo la dedicazione della grotta all’Arcangelo Michele, relativa ai primi secoli di vita del santuario (V – VI secolo); il secondo episodio, probabilmente, è un’aggiunta posteriore, poiché tratta di vicende ricollegabili alla presenza dei longobardi sulla montagna.

L’area Sipontina nella quale insisteva la grotta, dovette rimanere sotto l’influenza bizantina fino a quando i longobardi di Benevento, a metà del VII secolo, sconfitti i bizantini, conquistarono il santuario ed elevarono l’Arcangelo a proprio patrono.

Il Fonseca, in alcuni studi sui longobardi, ha ben sottolineato come l’espansione del culto micaelico nell’Italia meridionale sia da collegare proprio ai longobardi, i quali, vedevano in questo arcangelo: <<due massime componenti ambientali e cioè il carattere guerriero della casta dominatrice, in quanto l ’archistratego era l ’invitto dominatore delle forze demoniache avverse e la struttura contadina dell ’ambiente, in quanto, le masse popolari, trovarono nel culto dell ’angelo quel

dominatore delle forze naturali e degli elementi ostili, rispondenza dunque a credenze magiche arvali ed ancestrali di riti apotropaici».

L’arcangelo Mi – ka – ‘el (Chi come Dio) nell’agiografia bizantina è il comandante delle schiere angeliche; viene raffigurato imberbe, spesso con le ali aperte, con il labaro e con il globo crocifero in mano.

Nell’ambito dell’iconografia rupestre, esso, viene identificato come il guardiano del bema o come protettore della cripta.

L’Arcangelo, oltre ad essere considerato un santo guerriero, è anche un potente taumaturgo contro i mali dell’anima e del corpo, curati per mezzo dell’acqua e delle pietre miracolose, presenti nel suo rinomato santuario garganico; compare, infatti, nel catalogo dei santi medici De nobilitate et jure progenitorum, compilato nel XVI secolo dal giureconsulto Andrea Tiraqueau.

La stilla che percola dal soffito della grotta, secondo il racconto dell’Apparatio, veniva raccolta in un vaso di vetro e si dispensava ai pellegrini con un secchiello d’argento perché ritenuta miracolosa contro le febbri e contro le malattie in genere.

Miracolosa è anche l’acqua che gocciola dalle rocce in un pozzillo vicino all’altare della grotta, a un paio di chilometri dell’abitato di Cagnano Varano (FG).

La devozione popolare vuole che San Michele, sulla via per Monte Sant’Angelo, si fermasse a Cagnano per rinfrescarsi e per abbeverare il suo cavallo, lasciando anche in questo luogo inequivocabili testimonianze del suo passaggio: l’impronta dell’ala, visibile sulla parete al di sopra del pozzillo e quella dello zoccolo del suo cavallo accanto alla fonte, alla quale si sarebbe abbeverato.

Il potere della pietra dell’Arcangelo è documentato durante la peste del 1656, quando il terribile morbo giunse nel Gargano, preservando dal contagio Monte Sant’Angelo, sicchè la pietra della sacra cava, venne richiesta da numerose città del Regno di Napoli.

Non senza curiosità e meraviglia, il visitatore occasionale, il turista ed il pellegrino si soffermano ad osservare scritte, sigle, impronte, presenti nel santuario di S. Michele Arcangelo e nelle chiese rupestri dedicate ad altri santi.

Nel pieno IX secolo, il culto tributato all’Arcangelo diviene il più diffuso e popolare in questa regione, eguagliato solo da quello verso la Vergine, una situazione che perdurerà fino a tutto il Medioevo.

Nell’ambito dei pellegrinaggi e del culto dei santi, si presenta poi la figura di San Nicola di Myra, un culto vivissimo in Puglia ancora prima della translatio delle sue reliquie nella città di Bari.

Per i pellegrini che da Monte Sant’Angelo percorrevano la Via Traiana, diretti verso la Terra Santa, dalla fine dell’XI secolo, si aggiunse la possibilità di far sosta nella città di Bari per poter venerare le reliquie di S. Nicola di Myra, arrivate nella città pugliese nell’anno 1087.

Il flusso dei pellegrini a Bari, crebbe tra la fine dell’XI e il XII secolo facendo registrare la presenza di numerosi crociati.

La venerazione per il santo vescovo, è attestata in Puglia già prima della traslazione dei suoi resti a Bari nel 1087, ciò, è dimostrato dalla presenza del dipinto esistente nella chiesa rupestre delle Sante Marina e Cristina a Carpignano, datata al 1020.

Questo culto, si espande in tutta la Puglia e in gran parte dell’Italia meridionale soprattutto con la dominazione normanna, i cui re, venerarono il vescovo di Myra come protettore del loro casato; così, infatti, testimonia la placchetta in rame decorata con smalti, databile al secondo quarto del XII secolo e conservata nel museo della basilica di S. Nicola a Bari, dove si riscontra il santo che incorona il re Ruggero II.

1.5 LE AREE CULTUALI

Leggendo la configurazione fisica ed etnica della Puglia nell’Opera poligrafica della provincia di Bari per l’Esposizione Universale di Parigi (1900), così veniva delineata questa regione:

«In mezzo dunque, fra Capitanata ed il Leccese, la Terra di Bari si presenta come il centro di una grande regione, che è sì bella fra tante contrade d ’Italia [...] Apulia, che può indicare terra senza pioggia, o derivante dagli Appuli, antichi popoli di queste contrade, nei tempi classici era un nome dato a quella vasta zona conterminata dai popoli Frentani a settentrione e dai Sanniti, Lucani e Messapi a ponente ed a mezzodì.

In antico dunque, essa non racchiudeva la Terra d’Otranto, conosciuta invece come la Calabria romana, che ebbe i suoi primi abitatori gli Osci-Japigi e di poi i Messapi ed i Salentini. In seguito la terra dei Bruzii prese il nome di Calabria, e per la Puglia antica si comprese la regione che scendeva a sud-est fino al capo di Lecce».

Nel brano citato, possiamo notare che – pur mirando ad atte stare la conformazione unitaria della regione – si intravedono, quelle varietà naturali, storiche ed economiche che distinguono le tre provincie di Foggia, Bari e Taranto.

Il promontorio del Gargano, cosparso da grotte e caverne, rievoca negli atti agiografici, l’apparizione di S. Michele Arcangelo sulla montagna sacra.

Per lo studio delle aree cultuali, si ritiene necessario seguire una divisione ternaria, costituita dal Gargano con riferimento a Monte S. Angelo, Terra di Bari, ed infine, Salento e Terra d’Otranto.

a) Le aree cultuali: Gargano e Capitanata – Culto di San Michele Arcangelo

Tutt’oggi, quando si va a visitare un luogo sacro, c’è l’uso di incidere il proprio nome sulle pareti, oppure, l’uso di lasciare qualche segno simbolico di devozione religiosa, in quest’ultimo caso, il segno cristiano per eccellenza, è rappresentato dalla “croce”.

A partire dall’Alto Medioevo, appena sorta la leggenda garganica di S. Michele, numerosi furono i pellegrini che si recavano alla grotta – santuario, sui cui muri, impressero in caratteri runici – alto germanici – i propri nomi38, con l’indicazione dei luoghi di provenienza.

Troviamo un Leo de Bergamo, un anglosassone di nome Eadrhid Saxso, un Arricus de Marsica, prevalgono poi, le qualifiche di monachus, presbiterus o semplicemente peregrinus.

Queste iscrizioni, comprovano l’inizio del pellegrinaggio a Monte Sant’Angelo come funzione primaria del culto micaelico nella regione.

Nella tradizione scritta, l’Arcangelo, è rappresentato come guida delle anime in Paradiso, uccisore del drago – demonio, princeps magnus della gerarchia angelica.

La fondazione del Santuario, si fa risalire ad un episodio prodigioso, di cui sarebbe stato protagonista un ricco pastore sipontino di nome Gargano.

L’Apparitio sancti Michaelis in monte Gargano – sorta fra il VI – VIII secolo – trasmessoci da manoscritti dei secc. IX – XV, è articolata in questo modo:

<<S. Michele viene in sogno al vescovo Lorenzo Maiorano, che aveva fatto celebrare un triduo di penitenze e preghiere in seguito all’episodio del toro, e gli comunica di aver scelto quella grotta come sede del suo culto terreno. Alcuni giorni dopo, l ’Arcangelo interviene a liberare Siponto, assediata dall ’esercito napoletano».39

In una terza apparizione, S. Michele Arcangelo, annuncia allo stesso vescovo, di <<aver egli stesso consacrato la grotta come sede del suo culto terreno», un altare trovato nella grott a e l’orma del piede del Santo, impressa nella roccia, sono ritenuti segni visibili dell’avvenuta consacrazione.

La straordinarietà dell’apparizione di S. Michele, spinse i Longobardi verso la montagna sacra. Intorno all’anno Mille e, durante le Crociate, il santuario garganico, assunse un’eccezionale importanza religiosa, economica e politica, pari a quella di San Giacomo di Compostella in Galizia.

Il segno più rimarchevole dell’indigena cultura agricolo – pastorale del Gargano, proiettatasi nel culto di S. Michele Arcangelo, è rappresentato dalle date delle festività annuali del (29 settembre e dell’8 maggio) che celebrano le apparizioni del Santo.

Esse coincidono con i due cicli stagionali della transumanza delle pecore, che sin dalla antichità – come attesta Varrone Reatino ( I sec. a.C.) – si svolgeva tra l’Abruzzo e la Puglia.

Così, il santo guerriero, capostipite della cavalleria, condottiero degli eserciti, difensore dei potenti, si presenta anche come il buon santo dei pastori e contadini, tenuto a proteggere la salute degli animali e le sorti del raccolto nei periodi stagionali, in cui, maggiormente incombono il rischio e l’incertezza.

La stazione di sosta più vicina al santuario di S. Michele è il convento di S. Matteo, originariamente dedicato a S. Giovanni Battista.

Con l’insediamento dei benedettini cassinesi, fu trasformato in uno ospizio ben attrezzato.

Il santuario di S. Matteo, costituiva sin dal Medio Evo, la stazione più importante per tutti i pellegrini diretti verso Monte Sant’Angelo.

Quella dei pellegrini è una religione itinerante, che varia con i percorsi e le rispettive culture, una delle vie tradizionali dell’itinerario verso Monte S. Angelo, toccava i santuari di Stignano, di S. Matteo, di S. Maria di Pulsano che, non rappresentavano soltanto occasioni di soste obbligate, ma, partecipavano a quel circuito devozionale, il che confermerebbe quel suggestivo rapporto tra produzione letteraria, scritta e orale, e venerazione dei luoghi santi.

Basti pensare all’estensione del culto per S. Giovanni Battista, che riemerge in molte feste patronali, specie nel sub – appennino dauno, oppure la zona intorno al Sacro Monte, devota agli Evangelisti Matteo e Marco.

b) Le aree cultuali: Terra di Bari – culto di San Nicola di Mira

La leggenda nicolaiana, abbraccia un lungo arco di tempo e copre un’ampia area di diffusione. Ripercorrere le fasi progressive della vita di S. Nicola attraverso l’età di sviluppo della sua leggenda, non significa destoricizzare la figura del Santo, anzi, tutt’altro.

Trasferita su una dimensione collettiva di storia della cultura, la biografia nicolaiana acquista una superiore consistenza, che i dati personali, supposti o narrati come reali, non le potrebbero mai dare. L’infanzia di S. Nicola, è segnata da molte fasi differenziate, un esempio c’è offerto dalla “battaglia” che il Santo ha dovuto sostenere e vincere, contro Artemide e Poseidone, per conquistare il patronato sul mare in un tempo – VIII – IX – in un luogo – coste della Licia – in cui il commercio marittimo era fiorente.

I racconti che si riferiscono a questo passaggio di funzione dalle divinità pagane ai santi cristiani, riflettono le fasi di politica della Chiesa, prima e dopo l’editto costantiniano di tolleranza.

S. Nicola, appare prima come il distruttore – successore di Artemide e poi, successivamente come il nuovo Poseidone “cristiano”.

Prima dell’VIII secolo, si raccontava la storia “miracolosa” di un salvataggio “miracoloso”, compiuto da vivo a favore dei marinai di una nave diretta a Mira che lo avevano invocato durante una tempesta.

In epoca normanna, il cronista Orderico41, applicò la vicenda dei marinai a Guglielmo il Conquistatore, salvato sulla Manica da S. Nicola: questo è un esempio di quanto le leggende agiografiche siano disponibili al riciclaggio, poiché la loro verità è contingente e relativa alla funzione che compiono.

Più complesso è lo schema di un altro racconto leggendario, un testo che circolava già nel VI secolo e riportato da Simeone Metafraste: “Un tempo quando su tutta la Licia regnava la carestia, la città di Mira, esaurì la scorta di cibo e soffriva per questa sventura. Allora il grande Nicola, apparve di notte ad un marinaio che commerciava in grano e, dopo avergli dato in pegno tre misure d’oro, gli ordinò di raggiungere la città di Mira e di vendere il grano ai cittadini del posto. Il mercante, stupito di vedersi tra le mani l ’oro, meditò sulla visione, meravigliandosi di quanto era successo; andò a Mira e vi vendette il grano. Gli abitanti della città attribuirono la liberazione dalla carestia a Dio e al grande Nicola”.

In una versione più tarda di questo racconto sulle “navi granarie”, s’inserisce l’episodio dei marinai che, istigati dal diavolo42, intascano il denaro e cambiano rotta, ma colpiti da una tempesta, si pentono e, sbarcati a Mira, compiono la vendita del grano, lasciando sulla tomba del santo il denaro necessario per istituire una grande festa in suo onore.

Probabilmente, questo particolare della “festa” può essere un’ulteriore aggiunta dovuta al culto istituzionalizzato, riflettendo il significato di pentimento, ringraziamento e protezione che assume nella stabilizzazione del culto “l’obolo” per la festa patronale.

Nella leggenda delle “navi granarie”, si possono individuare i personaggi, i mercanti di grano che si fanno tramiti di imprese miracolose e ardite.

Qualche secolo dopo, essi rappresenteranno quei mercanti di grano “baresi” a cui sarà affidata un’impresa altrettanto ardita e miracolosa.

Ad alimentare e preparare il trafugamento delle ossa del Santo da Mira a Bari, concorse senza dubbio un motivo della leggenda che si sviluppò tra il IX – X secolo su un dato riconosciuto certo dai primi biografi di S. Nicola, ossia, quello della sua sepoltura nel santuario di Mira, chiamato già nel IV secolo “martyrion”.

In un’aggiunta anonima alla Vita, scritta da Giovanni Diacono, si legge: «Dopo che il beato Nicola lasciò questo mondo per raggiungere il Signore, la tomba in cui la sua venerabile salma venne rinchiusa, non cessò di stillare un liquido oleoso. E lì, si recavano folle di malati, ciechi, sordi, muti e quanti erano oppressi di spiriti immondi. Unti col santo liquido, tornavano al loro originario stato di salute».

Il culto marinaro di S. Nicola, si faceva sempre più forte ed esteso nel mondo mediterraneo, inserendosi, con i suoi temi leggendari di grande rilevanza politica ed economica, nel conflitto sempre acceso che si svolgeva alle frontiere arabo – bizantine.

Questo culto influenzò soprattutto le potenze marinare occidentali volte verso l’Oriente, anch’esse in conflitto tra loro: fu inevitabile la rivalità per il trafugamento delle reliquie di S. Nicola fra Bari e Venezia, dopo che in entrambe le città, ancor prima del 1087, si era instaurato il culto nicolaiano.

Il trafugamento, compiuto nel 1087 dai marinai baresi, mercanti di grano, fu già un att o da “guerra santa”; possiamo dire che fu una traslazione sia storica, sia mitica.

L’esito positivo della traslazione del 1087 e il suo “unanime” riconoscimento da parte della cristianità occidentale, si deve al “tempo” agiografico in cui l’impresa maturò e si realizzò, ossia, in coincidenza con l’età cavalleresca.

Un filo diretto di interessi concreti e di ideali religiosi, il controllo della stessa Chiesa, unisce la cavalleria mercantile dell’anno Mille, errabonda e mercenaria, alla figura cavalleresca del vescovo di Mira, fino al punto che S. Nicola, marinaio, mercante, banchiere, difensore dei deboli, fu immaginato come cavaliere.

Lungo questa linea, si può affermare che, la traslazione delle reliquie dall’Oriente in Occidente, segnò l’investitura ufficiale nel rango della cavalleria.

La stagione primaverile in cui avvenne la traslazione, è propria dei santi cavalieri: S. Giorgio lo è in senso reale poiché il suo culto, era già diffuso nell’area dell’Italia meridionale, S. Nicola, lo è in senso traslato.

La festa di San Nicola patrono di Bari

La festa liturgica del Santo – secondo il culto ufficiale della Chiesa – si trasforma in festa cittadina per il Santo, vale a dire, una festa popolare – borghese che trae occasione dalla ricorrenza agiografica.

Le feste, hanno un tempo mitico di origine e un tempo storico di nascita: il primo varia da paese a paese in quanto spostabile – ut libet – entro un arco acronologico indefinito; il secondo, è uguale per aree, perché fissato dalla storia politica, economica e sociale di esse.

Le feste di una determinata area si somigliano tra loro per la struttura, che è data dal tempo storico in cui effettivamente sono nate.

In Puglia, così come nelle altre ex province del Regno di Napoli, la festa patronale, nasce in età controriformista e si sviluppa nel Sette – Ottocento, conformandosi alla tradizione cortigiana della capitale.

Di fabbrica napoletana, sono la maggior parte di statue di Santi, da Napoli si è irradiato il mestiere dei fuochisti, una connotazione tipica delle feste patronali dell’area prettamente pugliese è costituita dalle bande musicali, tra le più antiche troviamo le bande di Taranto, Mottola, Manduria, Nardò e Castellaneta.

La festa di maggio per S. Nicola, patrono della città di Bari, è senza dubbio la più rappresentativa di una cultura della terra e del mare in funzione reciproca tra loro.

Il motivo ispiratore è costituito dall’episodio storico del trafugamento delle reliquie del Santo da Mira a Bari nel 1087 e tramandato da cronache coeve.

Ciò avviene in un determinato momento della storia di Bari, un progetto con fini religiosi e politici, in concorrenza con i mercanti veneziani, messo in atto da sessantadue esperti marinai.

L’episodio, riacquista la propria specifica storicità, insieme religiosa, politica e sociale, che si trasmette alla celebrazione commemorativa della festa di maggio, la quale, porta ancora oggi, evidenti segni della supremazia di una classe: quella della borghesia mercantile.

La stessa protezione invocata dai pescatori per le tempeste in mare non è collegata con la festa o con la storia, essa attiene alla miracolistica inserita nell’agiografia del Santo.

Il trasporto per mare della statua del Santo, rappresenta un modulo commemorativo tipico delle feste motivate da leggende di spirito mercantile, ciò si ripete per altre feste patronali dei paesi costieri del Barese, oltre a S. Nicola, abbiamo: la Madonna dei Martiri a Molfetta (8 settembre), la Madonna della Madia a Monopoli (15 agosto), S. Vito a Polignano (15 giugno), diciamo che le feste patronali del retroterra barese, sono commemorative di miracoli che hanno dato vita a numerosi culti di Santi locali

c) Aree cultuali: Salento e Terra d’Otranto – culto di S. Margherita (Marina di Antiochia)

Il cosiddetto Anfiteatro tarantino, che delimita geograficamente il triangolo territoriale di Taranto, Brindisi e Lecce, nel Medievo, si presentava povera per il basso livello demografico, con una popolazione rurale più numerosa di quella urbana ed un’economia quasi esclusivamente agricola, da cui traevano ricchezza soltanto i grossi proprietari terrieri, dato il regime di tipo feudale che regolava la struttura sociale, mantenendola chiusa in se stessa.

La religiosità che uscì collaudata dallo scontro tra la riforma luterana e quella ecclesiastico – romana, forniva modelli e forme appaganti sia alle esigenze di prestigio dell’aristocrazia e sia alle richieste di sussistenza – sopravvivenza dei ceti umili, i quali, affidavano le funzioni protettrici e guaritrici nella figura e nell’azione dei propri santi.

La fitta rete di ordini religiosi e confraternite che la Chiesa aveva stabilito sin dal Quattrocento nei territori di Taranto, Brindisi, Lecce e, l’intensa attività che essi svolsero, specialmente dopo il Concilio di Trento (1545 – 1563), riuscirono, in misura più incondizionata che nelle altre zone, a controllare e plasmare le feste liturgiche e popolari secondo forme devozionali imposte, consone alle direttive della controriforma e ai gusti dei ceti dominanti.

In quest’area, le maggiori feste patronali, sono feste cittadine istituite tra Sei – Settecento senza partecipazione e adesione popolare: a Taranto abbiamo il culto per S. Cataldo, a Lecce per S. Oronzo, a Brindisi, il Corpus Domini.

Nella provincia tarantina, la devozione per Santa Margherita/Marina – protettrice delle partorienti – si sviluppa nel Medioevo.

Il titolo di S. Marina, si richiama ad una tradizione presente su tutta la costa adriatica, dalla Terra d’Otranto fino a Venezia.

Il suo culto è molto antico e attestato in modo particolare nel Salento.

La diffusa caratteristica iconografica con cui veniva effigiata la Santa, con colori tenui, quasi diafani, ha dato origine ad un espressione popolare tutt’oggi diffusa in quest’area44.

La devozione a questa Santa, si sviluppò in Italia nell’XI secolo, in auge per tutto il Medioevo, in Occidente, la commemorazione cade il 20 luglio col nome di Margherita, in Oriente viene commemorata il 17 luglio col nome originario di Marina.

Il culto per Santa Marina si diffuse in particolar modo a Muro Leccese (Lecce), vi sono punti di rassomiglianza fra il culto di Marina/ Margherita e quello di Caterina martire d’Alessandria, nel Medioevo, esse furono talvolta raffigurate insieme.

By Raffaela Tortorelli

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( la 1a parte di questo paper e´pubblicata in http://prosumerzen.net/2012/06/29/mezzogiorno-medievale-e-popolamento-rupestre-pugliese-aree-e-luoghi-di-culto-12/)