Una riflessione sull’articolo 27 by Michele Lavazza

Se si tiene presente che questa rubrica vuole porsi anche come uno spazio per la riflessione culturale sul tema dei diritti umani, risulta forse meno oscuro il motivo per cui ho scelto di cominciare da un argomento che riguarda non i paesi dell’Africa subsahariana o dell’Asia in via di sviluppo, ma – molto più da vicino – i paesi di quel nord del mondo che, con buona misura di arroganza, tendono a considerarsi il modello del meglio a cui si può umanamente aspirare: se non a livello economico (date le continue dimostrazioni della debolezza del nostro sistema capitalistico) almeno dal punto di vista della realizzazione delle libertà civili e dei diritti individuali.

Una riflessione sull’articolo 27
«Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente
alla vita culturale della comunità, di godere delle arti
e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici.
Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali
e materiali derivanti da ogni produzione scientifica,
letteraria e artistica di cui egli sia autore.»

Dichiarazione universale dei diritti umani, articolo 27

Uno spirito molto lungimirante (oltre che decisamente illuminato) doveva animare i redattori della Dichiarazione universale dei diritti umani se essi, all’indomani della Seconda guerra mondiale, furono capaci di concentrare in un singolo documento non solo i princìpi essenziali della convivenza a livello di specie umana, ma anche una serie di punti fondamentali verso lo sviluppo del concetto di umanità nel senso più pieno e più alto del termine. Non è solo sulla vita o sull’integrità fisica o sulla salute o sull’alimentazione che essa si esprime, ma anche – senza che alcuno di questi primi punti sia né scontanto, né dato per acquisito – sul diritto all’uguaglianza, alla libertà di associarsi, di muoversi, di pensare e di comunicare le proprie idee.
Non è certo per sminuire l’importanza del primo gruppo di diritti (ancora lontani dall’essere universalmente rispettati, e tanto più significativi in quanto presupposti imprescindibili per il secondo gruppo) che voglio partire proprio da una riflessione sull’ultimo diritto che ho citato, quello di nutrire la propria mente e di diffonderne liberamente i frutti: è piuttosto per dimostrare che il discorso sui diritti umani riguarda da vicino anche i paesi che, a torto o a ragione, si considerano sviluppati.
Viviamo in un’epoca in cui un progresso rapidissimo nelle tecnologie dell’informazione ha reso facile quanto mai prima d’ora avere idee e comunicarle ai nostri simili; in cui l’avvento di Internet ha moltiplicato la facilità con cui è possibile accedere alla conoscenza, oltre che diffonderla; in cui le occasioni per esercitare la nostra libertà di pensiero e di parola sono diventate tante e tali da rischiare addirittura di banalizzare queste libertà.
E tuttavia, paradossalmente finché si vuole, chi oggi cerca di rendere la conoscenza libera nel senso proprio della parola, chi cerca di usufruire delle risorse virtualmente illimitate messe a disposizione dalla cultura digitale, e anche chi per ingenuità o leggerezza trascura le implicazioni dell’interazione tra la parola “cultura” e la parola “digitale”, si trova di fronte alla barriera – allo stesso tempo imponente e infida – delle leggi sul copyright.
Non mi si fraintenda: la protezione a livello legale del diritto d’autore è una cosa che, se la mia connaturata laicità non me lo impedisse, non esiterei a definire santa. Tutelare le opere dell’ingegno è fondamentale sia per riconoscere il merito di ogni idea a chi di diritto ne è il padre o la madre, sia per consentire a costui o costei di trarre un vantaggio economico dalla sua attività di creatore o pensatore – il che in effetti gli consente di essere un professionista, con tutti i vantaggi che questo comporta. Tuttavia, nella sua formulazione attuale, il sistema delle leggi sul copyright è, in primo luogo, viziato da un errore di fondo (al livello della filosofia del diritto) sulla valutazione dei limiti di questo tipo di regolamentazioni; e, in secondo luogo, totalmente inadeguato a stare al passo con l’evoluzione delle modalità di comunicazione digitale dell’età contemporanea.
Pur con una miriade di variazioni locali, deviazioni contingenti, clausole circostanziali e postille cavillose (che a chi nel campo del diritto è un profano non possono che sembrare perverse) il sistema di leggi sul diritto d’autore è sorprendentemente uniforme a livello internazionale: in estrema sintesi, si caratterizza per il fatto di proteggere automaticamente fino a diversi decenni post mortem auctoris (nella maggior parte dei casi, 70 anni) ogni prodotto dell’ingegno che superi una soglia minima (nella maggior parte dei casi, abbastanza bassa) di originalità.
Quello a cui mi riferivo come a un tragico errore filosofico nella valutazione dei limiti di questo tipo di legislazione è il fatto di proteggere un opera dell’ingegno fino a (molto) dopo la morte del suo autore. Se il fondamento della protezione del diritto d’autore sta nella duplice considerazione, rispettivamente teorica e pratica, di una legittima proprietà intellettuale sul prodotto di un pensiero originale (la quale non può essere ragionevolmente negata in un mondo in cui la proprietà non di idee, ma di oggetti materiali, è in ogni momento causa di ingiustizie abominevoli) e dell’opportunità di consentire a un buon cervello di vivere dei prodotti del suo lavoro, allora è chiaro che la protezione legale (con tutti i suoi risvolti economici) del lavoro di qualcuno dopo la sua morte, a esclusivo vantaggio di eredi privi di qualsivoglia merito, è completamente priva di ogni giustificazione.
Quella a cui mi riferivo come alla tragica inadeguatezza di questo sistema legale in un mondo in cui la condivisione delle informazioni diventa sempre più facile, e in cui le sue potenzialità al fine di concretizzare la libertà di sapere e pensare sono impossibili da sopravvalutare, è strettamente legata a questo. Proteggere l’autore di un testo, di un disegno, di una fotografia, di un pezzo musicale o di altra opera dell’intelletto è buono e giusto, finché l’autore stesso lo vuole ed è vivo per volerlo; dopo, privare l’umanità della possibilità di giovarsi a titolo gratuito e legittimo di tale opera è una prevaricazione totalmente inaccettabile.
Ora che i progressi dell’elettronica hanno reso superato il vinile e sono ben avviati a superare il binomio carta-inchiostro, l’assurdità per cui non si può legalmente ottenere gratis dalla rete una copia di un disco o di un libro di un autore morto e sepolto diventa di giorno in giorno più manifesta.
L’effetto di questo sistema di cose è quello di frustrare costantemente l’aspirazione delle persone a conoscere e a imparare, oltre che a divertirsi; oppure quello di relegare nell’illegalità chi si rifiuta di sottomettersi a un sistema sostanzialmente ingiusto, la cui sopravvivenza al giorno d’oggi si spiega solo con la potenza delle categorie economiche che spremono soldi da artisti e pensatori fino a quattordici lustri dopo che sono finiti sotto terra, quando non più a lungo ancora.
Ci sono, però, delle realtà che si oppongo a questo stato di cose. Esse sono state messe in luce prepotentemente dagli eventi degli ultimi mesi, dalla chiusura forzata di siti pirata (che tuttavia per certi versi sarebbero meglio paragonati a un Robin Hood che a un Edward Teach) per la condivisione di video, alle serrate di protesta della Wikipedia in italiano e di quella in inglese, sollevatesi contro provvedimenti locali o internazionali volti a limitare la libertà di espressione o a inasprire la censura sia contro i contenuti non allineati, sia contro quelli utilizzati in violazione delle leggi sul copyright.
C’è insomma chi lotta apertamente, con sprezzo delle regole e rischiando anche di incorrere in sanzioni severe; e c’è chi invece le regole le rispetta, finendo comunque inevitabilmente per mettere in evidenza la loro assurdità, e combatte lo status quo creando contenuti e rilasciandoli con licenze libere come, ad esempio, quelle messe a punto dalla comunità Creative Commons.
La loro causa è nobile, ma grande – forse troppo grande. Quello di cui c’è veramente bisogno è un movimento d’opinione globale (come solo Internet può generarne) che chieda a gran voce una riforma capace di adeguare il sistema legale per la protezione del diritto d’autore ai tempi contemporanei: mettendo in evidenza che, se era illegittimo anche cinquant’anni fa, adesso è di fatto inapplicabile. Bisogna da un lato che ogni opera entri nel pubblico dominio nel momento stesso del trapasso del suo autore, e dall’altro che si diffonda la cultura delle licenze libere – cioè che, almeno in qualche caso, gli autori entrino nell’ottica di riunciare a parte dei loro diritti in favore di una maggiore diffusione delle loro stesse opere, che è come dire delle loro stesse idee.
Non credo che con queste cinquanta righe il mio contributo sarà stato determinante, ma il mare è fatto di un numero finito di piccole gocce.

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